La fiamma del peccato (Double Indemnity – 1944)

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Da una confessione registrata di un uomo ferito, parte la ricostruzione di una serie di crimini che coinvolgono un professionista di gradevole aspetto ma con pochi scrupoli e una donna, Phillys Dietrichson, tanto attraente quanto pericolosa. Tutto inizia con un incontro fatale tra i due a seguito della scadenza di una certa polizza assicurativa appartenente al marito della bella Phillys.

  • REGIA: Billy Wilder
  • SCENEGGIATURA: Billy Wilder, Raymond Chandler
  • ATTORI: Fred MacMurray, Barbara Stanwyck, Edward G. Robinson, Porter Hall, Jean Heather, Byron Barr,

Il noir è di solito legato a Bogart , ne ho parlato tanto negli anni passati ma è sempre piacevole ritornare sul genere, questa volta la prospettiva è diversa non c’è la polizia anzi volendo siamo dalla parte della legge, quella assicurativa.

Abbiamo la bionda fatale, il marito odioso, al posto dell’investigatore abbiamo un agente assicurativo che ha perso la testa e infine un amico che è l’esempio dei buoni principi. Tutti gli elementi tipici del noir eppure c’è una marcia in più, infatti il “cattivo” smuove la pietà dello spettatore e quasi ci si dispiace mentre si scoprono altri intrighi alle sue spalle.

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Piccolo gioiello carico di tensione, con grandissimi attori: Fred MacMurray e Barbara Stanwyck ma il mio plauso va all’ immenso e indimenticabile Edward G. Robinson.

Alla regia il monumentale Billy Wilder con la sceneggiatura di Raymoond Chandler.

Insomma il meglio che il cinema degli anni 40 potesse offrire. Altra caratteristica importante è che il film funziona al contrario, mi spiego meglio si parte dalla fine e si torna indietro con dei flashback, permettendo al protagonista di narrare la storia, opzione geniale oltre che di sicuro effetto e che immerge ulteriormente lo spettatore nella trama.

Da vedere e rivedere.

Il giglio nero (The Bad Seed – 1956)

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Christine Penmark accompagna Rhoda, la sua figlioletta di otto anni, a scuola dove ha luogo un picnic. Più tardi, mentre Christine, ritornata nella sua abitazione, s’intrattiene con alcuni amici, la radio annuncia che durante il picnic, uno dei piccoli allievi è caduto nel lago trovandovi la morte. Si tratta di Claude Daigle, un compagno di Rhoda, contro il quale la fanciulla nutriva un vivo risentimento perchè aveva ottenuto una medaglia ambita da Rhoda. Sulla fronte e sulle mani del piccolo annegato si sono riscontrate delle ferite. La medaglia che il bimbo portava appuntata sul vestito è sparita, ma Christine la trova nel cassetto di Rhoda e interroga in proposito la bambina, che le racconta delle menzogne.

    • REGIA: Mervyn LeRoy
    • SCENEGGIATURA: John Lee Mahin
    • ATTORI: Nancy Kelly, Patricia McCormack, Henry Jones, Eileen Heckart, Evelyn Varden, William Hopper,Paul Fix, Jesse White, Gage Clarke, Joan Croydon,Frank Cady3

Il male può essere autogenerato?

O è un effetto dell’ambiente sociale?

Su questo si basa questo splendido film , ci pone in un contesto di america buonista e moralista, le donne hanno i capelli cotonati e le gonne gonfie, gli uomini sono seri, sempre in giacca e fumano la pipa e quelli che non sono cosi sono dei poveri derelitti. Le bambine sono bionde e con le treccine, insomma tutto è buono tutto è giusto, e quello che non lo è vuol dire che è cattivo e sbagliato. Ma è davvero cosi?

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Il film propone una tesi davvero interessante e quanto meno innovativa visto il periodo, percui un dolce bambina abbia atteggiamenti criminali e mostruosi riuscendo prima a ingannare tutti e infine a inorridire la madre, ma, e qui ritorna il pensiero buonista non può ingannare Dio che alla fine si “vendica” (finale riveduto e corretto per la censura dell’epoca). In un mondo tutto femminile dove gli uomini sono quasi assenti o sembrano dei manichini da vetrina, l’unico uomo presente sulla scena è “sbagliato” e quindi riesce a capire fino in fondo quel mostro dalle treccine bionde che gira per casa.

Il film è una bomba, presenta dei temi e delle scene impensabili per l’epoca e di sicuro effetto anche oggi, grandissima l’interpretazione di Patty McCormack giovanissima e con la capacità di trasmettere qualcosa di morboso e indimenticabile , più teatrale quella di Nancy Kelly.

Ottimo il finale del film con una vena di umorismo come a voler scaricare la tensione.

Capolavoro.

L’uomo di casa (Man of the House – 2005)

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Al Texas Ranger Roland Sharp è stato assegnato un incarico ad alto rischio. Deve proteggere le uniche testimoni dell’assassinio di un boss del narcotraffico: un gruppo di giovani e attraenti cheerleaders con cui Sharp dovrà affrontare la difficile convivenza camuffandosi sotto le mentite spoglie di assistente allenatore…

    • REGIA: Stephen Herek
    • SCENEGGIATURA: Robert Ramsey, Matthew Stone,John J. McLaughlin
    • ATTORI: Tommy Lee Jones, Cedric The Entertainer ,Christina Milian, Paula Garcés, Monica Keena, Vanessa Ferlito, Kelli Garner, Anne Archer, Brian Van Holt, Terry Parks, R. Lee Ermey, Paget Brewster, Shannon Marie Woodward, Liz Vassey, Curtis Armstrong, David Dunard, Mark Turner, Jimmy Ortega, Tom Reynolds, Bo Kane, Ash Christian, Chase Jeffery, Christopher Dahlberg, Turner Stephen Bruton, Nar Williams, Mark Hanson, Lucien Douglas, Chevonne Morris, Brandon Johnson, Jesse De Luna, Luc Calhoun, Timothy Crowley, Althea Mills

Ho tanta ammirazione per Tommy Lee Jones che ha la capacità di invecchiare sempre meglio, le sue espressioni e i suoi silenzi sono più eloquenti delle sue parole, quindi vedere un suo film è sempre piacevole. Non conoscevo questo film e mi è capitato sott’occhio in un passaggio tv, dopo aver visto i primi cinque minuti e sentito qualche brano della colonna sonora ha subito catturato la mia attenzione.

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Storia poliziesca con il buono e il cattivo, ambientata in un Texas vecchio stile con belle ragazze che non sono necessariamente stupide, piccolo dramma nella vita del protagonista e lieto fine assicurato. Se non fosse per qualche scena sembra una produzione Disney.

Vale la pena vederlo?

Sicuramente per Lee Jones strappa ben più di un sorriso, Cedric The Entertainer è l’elemento assurdo che dà una spinta al film, tante belle ragazze e buoni sentimenti e infine la colonna sonora decisamente sopra la media.

Se viene visto cosi vi piacerà, se cercate un prodotto più serio non fa per voi, buona visione.

The judge (2014)

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Hank Palmer è un affermato avvocato difensore di criminali. Quando torna nella piccola città d’origine per i funerali della madre, ad attenderlo trova il padre Joseph, stimato e onesto giudice, e i suoi due fratelli. Il rapporto con il padre è freddo e conflittuale, ma quando l’uomo viene accusato di omicidio, Hank decide di restare e aiutarlo difendendolo in tribunale. Il criminine di cui è accusato riguarda un omicida che lui stesso aveva condannato vent’anni prima. Il giudice non ricorda nulla e Hank è l’unico che crede nella sua innocenza.

  • REGIA: David Dobkin
  • SCENEGGIATURA: Nick Schenk, David Seidler, Bill Dubuque
  • ATTORI: Robert Downey Jr., Robert Duvall, Leighton Meester, Billy Bob Thornton, David Krumholtz, Vera Farmiga, Melissa Leo, Vincent D’Onofrio, Sarah Lancaster, Dax Shepard, Balthazar Getty, Emma Tremblay, Jeremy Strong, Grace Zabriskie, Ian Nelson,Ken Howard

Tolta da maschera da Ironman, Ribert Downey Jr si è buttato nel legal movie infarcito di problemi familiari ad aiutarlo in questo compito un anziano ma sempre carismatico Robert Duvall.

Il film segue la vicenda familiare e legale del giudice Duvall accusato di un presunto omicidio per mezzo auto e l’unico che può aiutarlo è il figlio che andato via di casa a seguito di attriti con il padre e ha intrapreso la carriera d’avvocato spietato. Downey ha un personaggio che ricorda nell’ego quello di Stark/Ironman senza superpoteri ma con la sua super dialettica, si confronta con il suo passato rurale, fatto di buoni sentimenti e valori a stelle e strisce rappresentato dal padre e dalla famiglia, un fratello a cui deve molto e un altro fratello che nella sua precarietà mentale è l’anima di quel legale di sangue che li unisce.

THE JUDGE - 2014 FILM STILL - (L-R): Vincent D'Onofrio, Robert Downey Jr. and Jeremy Strong - Photo Credit: Claire Folger   © 2013 Warner Bros. Entertainment Inc -- U.S. , Canada, Bahamas & Bermuda ¬© 2013 Village Roadshow Films (BVI Limited -- All Ot

Oltre ciò riscopre un vecchio amore proprio quando l’amore era uscito dalla sua vita precedente.

Il film supera le due ore eppure non si percepisce la durata , merito di ottimi dialoghi della capacità di sdrammatizzare di Downney (e quindi degli sceneggiatori) ma non si può rimanere impassibili, sopratutto alla fine del film al rapporto padre figlio.

Bravi tutti ma nel cuore rimane quel fragile eppure tenace giudice interpretato da Duvall.

Inaspettatamente mi sento di dire che è un gran bel film, divertente , commovente ed appassionante, un plauso al regista,anche se il merito è degli sceneggiatori (Gran Torino, Il discorso del Re).

Locke (2013)

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Ivan Locke (Tom Hardy) ha lavorato sodo per costruirsi la sua vita. Stanotte quella vita gli crollerà addosso. Alla vigilia della sfida più grande di tutta la sua carriera, Ivan riceve una telefonata che scatenerà una serie di eventi dagli effetti catastrofici per la sua famiglia, la sua carriera e la sua anima.

  • REGIA: Steven Knight
  • SCENEGGIATURA: Steven Knight
  • ATTORI: Tom Hardy, Ruth Wilson, Andrew Scott, Ben Daniels, Olivia Colman, Tom Holland, Bill Milner, Alice Lowe, Danny Webb, Lee Ross, Silas Carson

I road movie sono quel genere di film che fanno del viaggio e delle immagini parte centrale del racconto, spesso sostituendo le parole con il movimento costante e alle sensazioni che i protagonisti trasmettono con i loro silenzi, ce ne sono di diversi tipi, si va dal comico stile “Blues Brothers“, al drammatico tipo “Thelma e Louise” passando per generi più ansiogeni tipo “Duel“.

Ma esiste un road movie assoluto?

C’ho pensato diverso tempo e non trovavo una vera e propria risposta, fin quando non ho visto Locke, che è per me il road movie assoluto.

Un film in costante mutamento e in costante movimento, tutto ambientato dentro un auto con un unico protagonista, che parla al telefono con gli altri protagonisti di cui possiamo solo immaginare le fattezze. Già questo rende l’opera cosi bella e innovativa che dovrebbe venir voglia di vederla, ci si sente passeggieri di quell’auto insieme a tom hardy e ai suoi fantasmi, in particolare quello del padre con cui spesso dialoga. L’ironia è che il protagonista è un costruttore, lui tira su palazzi che durano una vita e mentre affronta la costruzione più grande e impegnativa della sua vista, la sua stessa vita sta crollando un pezzo alla volta, inseguendo un senso di giustizia e di correttezza che è solo nella sua testa.

O forse no, diciamo che gli ultimi minuti di film lasciano lo spettatore in dubbio, se prima nasce la considerazione che sia un pazzo alla fine tutto inizia ad avere un senso, e questa grandissima capacità comunicativa rende il film un piccolo capolavoro, unico nel suo genere. Siamo di fronte a una rappresentazione teatrale cinematografica, giacché se non fosse quasi impossibile per l’ambientazione, la spazialità interna di azione del protagonista (l’auto) sarebbe perfettamente rappresentata in un teatro.

Una prova attoriale pesantissima e assoluta per Tom Hardy (a breve l’ho rivedremo per il remake di Mad Max ma a naso ritengo sia più interessante il suo Child44 da poco nei cinema) ma anche una grande costruzione alle spalle grazie a una sceneggiatura e a una regia , Steven Knight (Shutter Island) che non permetteva sbavature.

Insomma il grande cinema, ancora una volta ci dimostra che servono idee e bastano pochissimi mezzi.

Da vedere obbligatoriamente, buona visione.

Last Vegas (2013)

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Last Vegas vede protagonisti quattro amici, Billy (il premio Oscar Michael Douglas), Paddy (il premio Oscar Robert De Niro), Archie (il premio Oscar Morgan Freeman) e Sam (il premio Oscar Kevin Kline) che si conoscono da sempre; in occasione dell’addio al celibato di Billy, lo scapolo incallito del gruppo, decidono di partire per Las Vegas con il proposito di rivivere i loro giorni di gloria dimenticandosi della loro vera età. Billy finalmente si è deciso a sposare la sua compagna (ovviamente molto più giovane di lui). Ben presto però i quattro si renderanno conto che la Città del Peccato è molto cambiata da come la ricordavano; la loro amicizia sarà messa a dura prova. I Rat Pack possono aver calcato il palcoscenico del “Sands” e il Cirque du Soleil può adesso dominare la “Strip”, ma i nostri protagonisti la faranno ancora da padrone a Las Vegas.

  • REGIA: Jon Turteltaub
  • SCENEGGIATURA: Adam Brooks, Dan Fogelman
  • ATTORI: Robert De Niro, Morgan Freeman, Michael Douglas, Kevin Kline, Mary Steenburgen, Weronika Rosati, Jerry Ferrara, Romany Malco, Roger Bart

Ultimamente il cinema geriatrico ha un certo peso nelle produzioni, se una volta il massimo poteva essere “A spasso con Daisy” o “Cocoon” , oggi Stallone e Schwarzenegger hanno ridefinito il genere, con super nonni alla riscossa. Di solito sono filmetti quasi nostalgici alle volte però sorprendono perché ne escono opere divertente e ben fatte come “Uomini di parola“, piccolo gioiello di un paio d’anni fa. In questo caso abbiamo un risultato mediano, niente azione o violenza ma una classica commedia che di solito vedrebbe gente più giovane, il classico gruppo di amici che va al  matrimonio di un loro amico (Una notte da leoni?) ma i protagonisti navigano oltre i 70 e hanno i loro limiti.

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E proprio su questo, un sapiente uso della sceneggiatura fa il suo punto di forza, con dialoghi fulminanti e divertenti e un cast di tutto rispetto, Michael Douglas nel ruolo dello sposo, e gli amici De Niro (che per una volta non strasborda e si limita a fare il suo personaggio) Freeman (vero prezzemolo del cinema americano) e Kline (che tutto sommato è il più giovane). Ne esce una commedia molto molto classica per le situazioni ma tenuta in piedi proprio da questi dialoghi e considerazioni che alla fine lo rendono un film molto bello quasi al pari di Uomini di parola.

Insomma è un momento strano per il mondo occidentale, tra anziani che non vogliono invecchiare e giovani che non vogliono crescere sembra che milioni di anni di evoluzione si debbano in qualche modo ingannare e cercare di fermare il tempo a tutti i costi e il cinema racconta tutto questo, buona visione.

Andromeda (The Andromeda strain – 1971)

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Un satellite artificiale precipita in un piccolo paese del Nuovo Messico provocando una misteriosa epidemia che uccide tutti gli abitanti, a eccezione di un vecchio e di un bambino. Il governo americano invia immediatamente sul posto quattro scienziati, i quali, dopo aver recuperata la capsula spaziale, si rinchiudono, insieme con i due superstiti, in un isolato laboratorio perfettamente sterile. Il laboratorio è dotato di tutti gli strumenti scientifici per combattere le contaminazioni provenienti dallo spazio ed è fornito di un congegno autodistruttivo automatico nel caso la contaminazione minacciasse di estendersi all’esterno.

    • REGIA: Robert Wise
    • SCENEGGIATURA: Nelson Gidding
    • ATTORI: Arthur Hill, David Wayne, James Olson, Kate Reid, Paula Kelly, George Mitchell, Ramon Bieri, Kermit Murdock, Richard O’Brien, Peter Hobbs, Carl Reindel,Frances Reid, Eric Christmas, Ken Swofford

Ho voluto rivedere un vecchio capolavoro del cinema di fantascienza perché in questa improvvisa estate ci sta decisamente bene.

Siamo nei primi anni 70 è il secondo ciclo cinematografico dedicato agli alieni (il primo risale agli anni 50 con la paura dei rossi), si parla di alieni buoni e qualcuno cattivo, si parla di navi spaziali e il mondo tra una crisi e l’altra sembra voler diventare più “libero”. Il Vietnam è una questione calda e presente, le strade sono affollate e il governo sembra più cattivo del solito.

Un giovane scrittore di scienza futuristica di nome Michael Crichton racconta una storia che sembra fantascienza ma è molto plausibile. Un registra geniale (che ha la faccia da vecchio nonno ma al suo attivo ha dei classici della fantascienza come Ultimatum alla terra e che darà il via alla saga cinematografica di Star Trek) si mette alla regia, e ne nasce Andromeda.

Un film di scienza futuristica e ripeto questo termine non a caso, se parliamo di fantascienza possiamo immaginare qualcosa che partendo da una base scientifica sviluppi degli elementi fantastici e forse futuribili (se pensiamo a Star trek ne abbiamo un ampio esempio) , mentre scienza futuristica è qualcosa di diverso, è come trovarsi a sbirciare dal buco della serratura del futuro, con tutto quello che già c’è e combinandolo in modo diverso.

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Il film segue proprio questo processo, si parte da un avvenimento possibile e probabile, un “qualcosa” che viene portato a terra da un satellite e che è estremamente contagioso salvo per alcuni individui, una struttura e degli scienziati che ci lavorano che cercano di capire prima che si diffonda come funzioni e come lo si possa neutralizzare. Come vedete non c’è fantascienza c’è la normale profilassi quando ci si trova di fronte a delle pandemie ma a questo si aggiunge una rigorosa ricostruzione scientifica (tipica di Crichton che era anche uno scienziato) senza voler eccessivamente drammatizzare i personaggi, si punta a raccontare un avvincente storia senza eroi o grandi sentimenti, insomma è la storia a essere protagonista.

Classico del cinema, tratto da un altro classico della letteratura science-drama , alla regia un mito del cinema. Non resta che vederlo , perché è una goduria e perché l’estate è la stagione dove si guarda il cielo in cerca di altro.