Insidious 3 (2015)

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La saga che ha terrorizzato milioni di spettatori continua con un altro inquietante capitolo. Esordio alla regia per lo sceneggiatore e produttore della saga di Saw, questo terzo episodio di Insidious esplora nuovamente “l’altrove”, tornando indietro nel tempo e raccontando stavolta la terrificante storia di una teenager e della sua famiglia. Colpi di scena e fiato sospeso fino all’ultimo secondo.

Dopo l’interessante Insidious e il soporifero Insidious 2 arriva il terzo capitolo che cronologicamente precede quello narrato in precedenza e ci risiamo con i soliti problemi,  la sostanziale differenza tra il primo e il secondo capitolo era il modo di narrare la storia, nel primo capitolo era veloce e lineare non c’era bisogno di scene in penombra e fantasmi che facevano “buu!” dal buio, tutto era giocato su una certa onesta visiva e anche narrativa.

Poi con il secondo capitolo improvvisamente ci siamo spostati su situazioni più da horror asiatico con effetti fumo e scopiazzamenti stile Poltergeist , si era perso qualcosa, ma lo spettatore amante dell’horror che sperava di ritrovare una serie degna di tal nome, resisteva e sperava sopratutto alla luce del finale. E infatti proprio il finale del secondo capitolo si prospettava qualcosa di buono,e quindi questo terzo capitolo era carico di aspettative, in un certo senso doveva essere la rivincita di un secondo capitolo fin troppo sotto tono.

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Ma lasciate ogni speranza, la narrazione ci riporta indietro (sicuro che ci sarà un quarto capitolo…) , purtroppo anche questa volta siamo al buio, tutto il film viene girato in stile asiatico con un piccolo riferimento (voluto o meno…) a Shining di Kubrick, e se nei primi due capitoli ci avevano proposto dei fantasmi tradizionali, barocchi e vecchio stile, insomma belli a vedersi e che riportavano alla mente la produzione classica della Hammer, qui e c’è il solito fantasma pseudo asiatico che non suscita spavento ma un profondo fastidio.

Insomma si poteva sperare in qualcosa di più coerente al primo capitolo ma invece ci si ritrova ad avere un quadro piu ampio di tutta la storia dei viventi dimenticando che l’effetto telenovela non è sempre gradito da chi ama l’horror,se consigliavo freddamente il secondo capitolo, sconsiglio il terzo.

All work and no play makes Jack a dull boy.

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Per anni ho cercato di dare una certa cadenza settimanale ai post del blog.

Questo era dovuto a un ordine che volevo dare al blog ma anche al fatto che riuscivo a vedere settimanalmente una quantità di film davvero notevole,  e quando questo non bastava c’erano anni di film di cui parlare ben prima che nascessero i blog.

Purtroppo le cose cambiano, il tempo si riduce e quando non si riduce manca l’energia per riuscire a concentrarsi su un film.

Vedere un film non è solo uno svago e un divertimento ma anche un impegno che richiede una certa attenzione, soprattutto se poi rendi pubblici le tue opinioni, non ho mai voluto scrivere chilometri di pensieri e analisi, perché alla fine per quanto interessanti ci si annoia e spesso è preferibile smuovere la curiosità che dissertare per il proprio ego o per il piacere di pochi intimi.

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Quindi il mio approccio è sempre stato un assaggino prima di cena, se piace bene altrimenti internet è vasto.

Insomma tutto questo per dire che è un periodaccio per la passione-cinema, ma qualcosa sto riuscendo a vederla purtroppo avrei voluto iniziare con un titolo migliore, ma invece mi sono ritrovato a vedere Insidious 3 e Jurassic World che in settimana verranno recensiti, ma non disperate o fedeli lettori il blog è vivo,vegeto e pieno di denti nuovi e aguzzi per gente che apprezza.

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Fury (2014)

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Nell’aprile del 1945, mentre gli Alleati sferrano l’attacco decisivo in Europa, un agguerrito sergente, Wardaddy, comanda un carro armato Sherman e il suo equipaggio di cinque uomini in una missione mortale dietro le linee nemiche. In inferiorità numerica e disarmato, Wardaddy e i suoi uomini saranno protagonisti di gesta eroiche per colpire al cuore la Germania nazista.

  • REGIA: David Ayer
  • SCENEGGIATURA: David Ayer
  • ATTORI: Brad Pitt, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Jon Bernthal, Michael Peña, Scott Eastwood, Xavier Samuel, Jason Isaacs, Jim Parrack, Branko Tomovic,Brad William Henke.

Una delle tematiche che preferisco al cinema è quello che parla della seconda guerra mondiale, innumerevoli film di solito dalla parte dei vincitori ma con qualche eccezione, in questo caso viene narrato sempre dalla parte dei vincitori ma in particolare dalla parte dei carristi. Una visione sicuramente nuova che trasmette tutta la claustrofobica e difficile vita di chi affronta il nemico dentro un enorme scatola di metallo, tra l’altro tecnicamente era risaputo l’inferiorità dei carri armati americani rispetto a quelli tedeschi, quindi i carristi sapevano che spesso andavo incontro a morte certa e solo la fortuna e una straordinaria abilità poteva salvarli. E tutto questo viene sapientemente raccontato nel film, il “balletto” tra i carri armati statunitensi e quelli tedeschi è un ottimo esempio, e proprio su questo aspetto voglio spendere qualche parola.

Norman Ellison (Logan Lerman) in Columbia Pictures' FURY.

Il film da questo punto di vista è davvero eccezionale, tecnicamente è ben fatto ed è una gioia per gli occhi, riesce a mostrare perfettamente le difficoltà e le vicissitudini di un carro armato in zona di guerra. Però si tratta di un film, quindi oltre alla realizzazione tecnica si deve parlare anche della storia, e qui il problema è palese, siamo di fronte a una storia vista tantissime volte, piatta e che porta nulla al genere. Il gruppo di veterani, il pivello da svezzare, il dramma della morte sia dei cattivi che degli innocenti, il sacrificio e il salvataggio, insomma tutti canovacci già visti e che tutto sommato vengono narrati anche meglio in “Salvate il sondato Ryan”. Questa cosa ha un peso notevole su tutto il film, che lo porta a essere un buon film di guerra ben realizzato ma che non lascia nulla di nuovo allo spettatore, un bel giocattolo che stanca subito dopo e che viene messo da parte. D’altronde Pitt ha sempre saputo gestire molto bene la sua carriera (di attore e produttore) e quindi non stupisce questo rimescolare da cose già viste e dette, altra particolarità che mi sfugge è l’abbinamento del trailer con il brano di Hozier “Take me to church chords”, dato che il brano parla di amore e sesso in tutte le sue forme e contesta l’azione della chiesa su questo argomento, misteri del marketing.

Quindi se cercate un film di guerra con gli attori stereotipati e una storia già vista, insieme a una buona dose di violenza e ottime riprese dei carri armati, allora questo film fa per voi, altrimenti guardate altro.

L’uomo per bene (Der Anständige – 2014)

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Regia: Vanessa Lapa.

Attori: Tobias Moretti, Sophie Rois, Antonia Moretti, Lotte Ledl, Florentín Groll.Pauline Knof, Lenz Moretti, Martin Lalis, Alexander Riemann, Markus Riexinge, Florian Wandel, Thomas Zerck

Grazie al ritrovamento di lettere autografe di Heinrich Himmler, sottratte agli Alleati nel 1945 e riemerse solo molti anni più tardi, Vanessa Lapa ricostruisce la vita del braccio destro di Hitler, capo delle SS e ideatore dei campi di concentramento, attraverso le sue memorie e le sue lettere a moglie e figlia.
Benché riguardante temi dolorosamente noti a tutti e pagine di storia che mai si vorrebbero sfogliare, il lavoro della regista israelo-belga Vanessa Lapa riesce a risultare tutt’altro che prevedibile. Perché ciò che è lecito attendersi e che forse solletica la curiosità, anche morbosa, dello spettatore, finisce invece per giocare un ruolo secondario nell’architettura diL’uomo per bene.
Otto anni di certosino lavoro di assemblaggio di materiali visivi e testuali e di sincronizzazione tra audio ricostruito e immagini rivitalizzate non sono stati spesi dalla regista per fornire nuove rivelazioni su Auschwitz e Dachau o dettagli storici mai citati, ma per ricostruire attraverso le lettere di Heinrich Himmler il profilo psicologico di un membro della classe media, apparentemente vicino alle abitudini di un borghese qualsiasi, ma capace – fuori campo, come vuole l’ipocrisia propagandistica di chi nega fino in fondo – di realizzare l’innominabile

Qualche mese fa, al cinema, passò il trailer di questo documentario che veniva proposto in occasione del giorno della memoria, come spesso accade non ho potuto vederlo al cinema e ho aspettato pazientemente una sua distribuzione per il mercato dell’home video, pur sapendo quanto fosse poco appetibile un documentario di questo genere, eppure qualche giorno fa, sulla grande A dello shopping mi ritrovo a prezzo scontato il dvd (peccato che non sia in bluray) , audio in tedesco sottotitoli in italiano, scelta criticata da qualcuno ma che trovo perfettamente coerente con l’opera e che permette di immergersi ancora di più nella storia. La storia del regime nazista è decisamente conosciuta, quella dei campi di concentramento è stata più volte oggetto di film, cosi come di documentari ma la differenza tra quelli e questo è il punto di vista, l’aver ritrovato questo carteggio composto da diari e lettere (Himmler era un uomo metodico) permette di capire la psiche e il suo modo di vedere la realtà dell’Himmler-uomo rispetto alla figura storica, di capire come la sua vita “lavorativa” venisse reinterpretata per raccontarla alla famiglia. Una famiglia che per certi versi non vedeva se non raramente (assente anche al funerale del padre), e che forse l’ha portato a crearsene un’altra.

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L’opera fatta da Vanessa Lapa è incredibile, l’aver ridato vita alle immagine mute mettendo effetti sonori coerenti, la leggera musica e sopratutto l’assenza di qualsiasi giudizio morale, rende questo documentario unico e imperdibile per tutti quelli che hanno studiato o si sono interessati della seconda guerra mondiale. Alla fine ci si chiede come possa un uomo aver creduto lucidamente che la soluzione finale potesse davvero essere applicabile, se realmente si rendesse conto di quello che faceva o se ormai la sua mente fosse cosi lontana dalla realtà da interpretare un ruolo piuttosto che viverlo.

Colpisce guardando i titoli di coda che accanto a tanti cognomi ebrei che hanno collaborato alla realizzazione, c’è anche quello della figlia di Himmler , da appassionato di storia questo rende tutto cosi vivo e non solo un qualcosa relegato nelle pagine di un libro, buona visione.

Contagious – Epidemia mortale (Maggie – 2015)

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Regia: Henry Hobson.

Attori: Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, Joely Richardson, Laura Cayouette, J.D. Evermore, Dana Gourrier, Amy Brassette, Raeden Greer, John L. Armijo, Denise Williamson, Mattie Liptak, Taylor Ashley Murphy, Aiden Flowers, Wayne Pére, Douglas M. Griffin, Tim Bell, Bryce Romero, Christine Tonry

Quando una pandemia mortale si diffonde nel paese arrivando a contagiare anche le piccole città dell’America più profonda, le autorità stabiliscono un ferreo protocollo per i pazienti affetti dal virus: devono essere allontanati dal contatto con gli altri umani e messi in isolamento in speciali reparti. Su quello che succede dopo ai contagiati, le autorità tacciono. Ma Wade Vogel non è pronto a rinunciare a sua figlia Maggie. Dopo settimane alla ricerca della ragazza, fuggita una volta venuta a conoscenza della sua diagnosi, l’uomo la trova e la riporta a casa dalla matrigna Caroline e i suoi due figli. Dopo aver perso la moglie anni prima, Wade è determinato a tenere con sé l’amata figlia il più possibile, rifiutandosi di lasciarla nelle mani della polizia locale presentatasi con l’ordine di prenderla in custodia. Con il progredire della malattia, però, Caroline decide di prendere i suoi due figli e andare via da casa, lasciando Wade da solo a guardare impotente Maggie straziarsi nella sua lenta trasformazione in uno zombie.

Parlare di Maggie non è un’impresa semplice, c’è molto da dire e il rischio che qualcosa possa sfuggire è alto. Intanto chiamerò questo film con il suo titolo originale, quindi Maggie, mai con quello affibbiato dalla distribuzione italiana che danneggia (tanto per cambiare) il film stesso, visto che lo spettatore abbina la figura classica di Schwarzenegger con quella degli zombie (ormai una moda) pensando di trovarsi di fronte un film di azione fantascientifico e rischiando di non capire quale preziosità andrà a vedere.

Forse sono troppo prevenuto sul pubblico ma immagino le reazioni arrivati ai titoli di coda, o si ama questo film oppure sarà odio.

La mia opinione verrà fuori da questo articolo: l’epidemia di zombie l’abbiamo vista in tutti i modi e sotto tutte le prospettive, in questo caso sembra che la situazione sia quasi sotto controllo, anche se il film trasmette l’assenza di vita senza (facili) emozioni forti,non si salta sulla poltrona, non ci sono urla, ne sangue o figure mostruose,c’è un grigiore e una luce fredda da inverno nucleare. Tutto è desolazione, le persone sono desolate, la vita stessa sembra essere fuggita dal mondo, una vaga normalità quasi finzione prova a essere interpretata dai superstiti che si ostinano a credere che ancora esista qualcosa, ma qui non ci si concentra sul dramma del genere umano, ma su una normale famiglia di agricoltori che si ritrovano ad affrontare la morte giorno per giorno della figlia maggiore, Maggie.

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Tra ricordi della vita che era stata, piccole nostalgie e silenzi il film avanza inesorabilmente verso una fine prevedibile ma non meno emozionante, Schwarzenegger è immenso a costo di sembrare eccessivo (e me ne frego) affermo che questo è il suo miglior film, dove tolti i muscoli e le armi, l’attore Schwarzenegger dimostra la sua grandezza e forza. Il dolore che trasmette sapendo che non potrà fare nulla per la figlia, dovendo affrontare una scelta devastante per qualsiasi genitore colpisce lo spettatore molto di più qualsiasi azione o parola, infatti il film è avido di parole ma pieno di silenzi e di una musica importante ma leggera quasi timida che accompagna le scene. Il finale spacca il cuore, Schwarzenegger fa tenerezza e forse è la natura evoluzione di un personaggio-attore come lui, qualcosa di simile l’ho visto negli ultimi film di Wayne (paragone che già in passato avevo portato ad esempio). Una sorpresa assoluta che dividerà il pubblico, un’opera di altissimo livello, che spazza via tanta bruttura di genere (zombie), una prova attoriale immensa, insomma un bellissimo film che merita di essere visto e ricordato e che sarà (chissà) un nuovo inizio per Schwarzenegger (cosa che spero vivamente) , visto che ci ha permesso di conoscere un lato cosi profondo del suo essere attore.

Il film uscirà nelle sale italiane a fine giugno, speriamo in un doppiaggio opportuno e che il pubblico premi qualcosa di nuovo e prezioso.

 

Lei (Her – 2013)

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Los Angeles, in un futuro non troppo lontano. Theodore, un uomo solitario dal cuore spezzato che si guadagna da vivere scrivendo lettere “personali” per gli altri, acquista un sistema informatico di nuova generazione progettato per soddisfare tutte le esigenze dell’utente. Il nome della voce del sistema operativo è Samantha, che si dimostra sensibile, profonda e divertente. Il rapporto di Theodore e Samantha crescerà e l’amicizia si trasformerà in amore ma…

A fine anni 90 internet era ancora un luogo per pochi, ci si trovava informatici amatoriali e poche altre persone con un certo grado di cultura, non esistevano social network e gli unici luoghi di riunione erano i newsgroup (antenati dei forum) e le chat testuali. In queste chat poche persone si riunivano per chiacchierare dei più svariati argomenti (roba da nerd di solito) , con gli anni quei luoghi si sono popolati e sono nate diverse amicizie particolari e qualcuna è persino diventata una relazione reale. La maggior parte però, erano a distanza e poco più che fantasie basate a volte su foto sfocate o idee sbagliate, col tempo i newsgroup morirono e anche le chat, nacquero i social network, gli ignoranti ebbero tutti un pc e una connessione a banda larga e fu il caos.

Giustamente vi chiedere: e allora?

Lei non è altro che questa stessa storia resa tecnologicamente più accettabile, abbiamo un uomo che ha perso il suo amore reale, perché immaturo e non era capace di gestirlo e si rifugia in un’amore virtuale in modo assoluto, quindi di per se l’idea non è certo innovativa ma riesce a rappresentare bene un periodo (in parte tutt’ora presente) della rete.

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Ma non solo è anche l’idealizzazione dell’amore, come se l’affinità mentale possa essere l’unica spinta per far crescere una relazione, ma come la vita ci insegna l’assenza di una fisicità alla fine distrugge qualunque rapporto. Altra chiave di lettura ci porta a confrontarci con il fatto che in una coppia, se non si cresce insieme alla fine ci si perde e il protagonista del film riesce a ritrovare l’amore proprio con una persona che in quel momento era al suo stesso stadio. Insomma un film che permette davvero tante chiavi di lettura e che nella sua semplicità cattura lo spettatore, profondamente inquietante e angosciante se pensiamo a un sistema operativo (OS) cosi evoluto (Asimov insegna) e un mondo fatto di persone che parlano da sole con il nulla.

Film notevole, per me angosciante ma notevole, buona visione.