Fukushima – A nuclear story (2016)

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Regia: Matteo Gagliardi

Attori: Massimo Dapporto, Pio d’Emilia.

Giappone 2011 dopo le prime avvisaglie di un problema grave occorso alla centrale nucleare di Fukushima, a seguito del terremoto e del susseguente tsunami, Pio D’Emilia cerca di raggiungere la città ma trova ogni strada bloccata. Il suo racconto e le sue testimonianze dirette rivivono insieme alla ricostruzione di quanto avvenuto in quei giorni e soprattutto di quanto è stato occultato dalla TEPCO, società proprietaria della centrale.
Tra tweet, post e remotizzazione del lavoro, il mestiere dell’inviato pare quasi un rituale antico, il relitto di un tempo andato. Come se per raccontare la notizia non fosse più essere necessario stare dentro la notizia. L’esempio di Pio D’Emilia ci dimostra l’esatto opposto, con la sua presenza fisica di testimone oculare in ogni avvenimento cruciale capace di tenere con il fiato sospeso il mondo, sul tema aveva già pubblicato il libro Tsunami nucleare – racchiude in tre dolorosi atti avvenimento, occultamento della verità e ricostruzione storica di come si sia arrivati a questo. Disegni in stile anime nipponico e grafiche digitali aiutano a comprendere ciò che non si può vedere e quel che è avvenuto alle vittime di Fukushima: un dramma superato solo dalle immagini della zona “proibita” in quanto radioattiva, in cui D’Emilia ci conduce come un novello Virgilio tra carcasse di animali, tra maiali e cavalli che scorrazzano per le strade, tra malati terminali che non possono muoversi da lì, tra macerie e abbandono.
Infine l’ultimo atto, forse il più doloroso in assoluto. Quello che ci fa riflettere sulle colpe dei padri, ripercorrendo le responsabilità degli Stati Uniti nell’incentivare, durante la guerra fredda, il ritorno al nucleare del Paese che proprio loro avevano colpito con l’uranio a Hiroshima e Nagasaki, e che ci insegna come la salvezza di Tokyo e di milioni di vite umane si debba, oltre che al sacrificio di alcuni eroici individui, a un imprevisto, a un banale malfunzionamento tecnico.

Gli italiani riservano sempre sorprese, quando guardandoti intorno vedi un paese allo sfascio e gente sempre più degradata, scopri poi che un giornalista in trasferta da decenni in Giappone (e non solo dato che si occupa di giornalismo di frontiera, in quasi tutta l’Asia) scrive un diario da straniero residente in Giappone, sui fatti di Fukushima, lui spaventato dai terremoti, sempre con il suo mezzo toscano in bocca. Gira e segue tutte le vicende che hanno portato sull’ orlo dell’estinzione il Giappone e danneggiato in modo irreversibile la natura mondiale (si è cosi, ma semplicemente la notizia è passata di moda).

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Dal terremoto fino al collasso dei reattori, alla dispersione delle acque di raffreddamento radioattive, al blocco della zona, le morti di tutti gli allevamenti e delle persone direttamente e indirettamente coinvolte. L’inquinamento di tutto l’oceano pacifico e i danni mondiali al mercato ittico. Viene affrontato tutto e ripreso tutto, senza giudizi o commenti ma con l’occhio attento di chi si ritrova di fronte a una valanga e l’unica cosa che può fare è osservare e sperare in qualche modo che ci sia una soluzione per salvarsi la vita. In tutto questo il raffronto con noi come popolo e con i giapponesi, su come come viene affrontata e vissuta una catastrofe è evidente, il contegno anche di fronte alla perdita dei propri beni e dei propri cari è impensabile e incredibile.

Il rapporto cosi stretto con i propri animali da compagnia (stessa cerimonia funebre per umani e animali) , cosi come l’impatto ambientale e la solidarietà che si crea tra le persone per creare un mercato comune di alimenti non contaminati per i bambini, dà a questo documentario un qualcosa di unico, doloroso e irripetibile. Ricorda l’impatto emotivo di Bowling a Columbine, e forse è anche maggiore perché è un dramma mondiale e non solo giapponese.

Meritoria l’opera di Sky Cinema per averlo distribuito, purtroppo in Italia ancora non c’è una diffusione in dvd o blu ray, speriamo che questa lacuna venga colmata. Da vedere, diffondere, fare conoscere, non è noioso anzi tutt’altro, non si può che rimanere affascinati.

 

Il labirinto del silenzio (Im Labyrinth des Schweigens – 2015)

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1958. Nessuno ha voglia di ricordare i tempi del regime nazionalsocialista. Il giovane procuratore Johann Radmann si imbatte in alcuni documenti che aiutano a dare il via al processo contro alcuni importanti personaggi pubblici che avevano prestato servizio ad Auschwitz. Ma gli orrori del passato e l’ostilità che avverte nei confronti del suo lavoro portano Johann vicino all’esaurimento. E’ quasi impossibile per lui trovare l’uscita da questo labirinto: tutti sembrano essere stati coinvolti o colpevoli.

  • REGIA: Giulio Ricciarelli
  • ATTORI: André Szymanski, Alexander Fehling, Friederike Becht

Questo film è una di quelle eccellenze che non hanno avuto la giusta diffusione, eppure è intrigante l’argomento trattato ed è ancora più intrigante che sia stato trattato da una produzione tedesca. Siamo agli albori degli anni 60, la guerra è un ricordo lontano che la gente vuole dimenticare, in particolare alcune verità scomode che si è preferito sia dai vincitori che dai vinti, nascondere come polvere sotto il tappeto, in questo caso il fatto che i nazisti cosi come i fascisti si siano tolti la divisa e siano diventati l’ossatura delle istituzioni che per anni avevano gestito.

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D’altronde non sarebbe stato possibile altro, o giustiziare in massa milioni di persone o incarcerarle ma in ogni caso ci sarebbe stato il caos senza soluzione. Da questa realtà storica, ne nasce un film diretto e senza fronzoli su la caccia a un nazista che era riuscito a sfuggire ai processi e quindi a qualunque giudizio grazie ai suoi ex commilitoni legati a una grande organizzazione sommersa (anche questa realmente esistita). In maniera molto coerente e diretta viene narrato questo inseguimento a tutti quelli che in un modo o nell’altro l’avano fatta franca, ma non viene narrato come vendetta stile mossad ma bensì con il senso della giustizia e del riscatto delle nuove generazioni tedesche che non si riconoscevano in quelle precedenti e nelle loro decisioni, anche se dolorosamente si rendono conto di esserne indissolubilmente legate. In Italia non siamo mai riusciti a trovare un dialogo con il nostro passato che però tutt’ora ha formato il nostro presente nel bene e nel male.

Ottimo prodotto ben costruito senza divismi e moralismo ma con una storia solida e ottimamente girata, da vedere e usare come pietra di paragone per produzioni similari. Regista italiano naturalizzato tedesco, pressoché sconosciuto da noi, pur avendo una certa carriera come attore in Germania, bravo conciso e diretto nella sua prima regia. Appassionante.