La grande bellezza (2013)

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Roma si offre indifferente e seducente agli occhi meravigliati dei turisti, è estate e la città splende di una bellezza inafferrabile e definitiva. Jep Gambardella ha sessantacinque anni e la sua persona sprigiona un fascino che il tempo non ha potuto scalfire. È un giornalista affermato che si muove tra cultura alta e mondanità in una Roma che non smette di essere un santuario di meraviglia e grandezza.

  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2013
  • REGIA: Paolo Sorrentino
  • SCENEGGIATURA: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
  • ATTORI: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli,Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Giorgio Pasotti,Vernon Dobtcheff, Serena Grandi, Luca Marinelli, Giulia Di Quilio, Massimo Popolizio, Giorgia Ferrero, Pamela Villoresi, Carlo Buccirosso, Ivan Franek, Stefano Fregni

Dal giorno alla notte, dalla bellezza alla assoluta volgarità ecco come inizia il film,prima Roma bella in modo assoluto da togliere (letteralmente) il fiato, poi una festa  piena di vecchi, grassi, rugosi pelati e tristi esseri umani che non si rassegnano, che non si arrendono a l’inevitabile destino che accomuna tutti. Ma qui ci vuole una piccola postilla sulla vecchiaia, e si perché il problema è che la vecchiaia in Italia inizia presto già a 20 anni si è vecchi, perché gli italiani sono un popolo vecchio. Cadente come la loro pelle e decadente come la loro storia.

SET DEL FILM "LA GRANDE BELLEZZA" DI PAOLO SORRENTINO.FOTO DI GIANNI FIORITO

Una visione triste dei coatti di Verdone , tant’è che compare proprio Verdone, con dei fallimentari baffetti il cui personaggio trasmette un senso di incompiuto, risolto solamente ritornando sui suoi passi e ricongiungendosi con quello da cui fuggiva da giovane.  E in questo girone da villaggio turistico infernale campeggia la scritta “Martini” , perché l’Italia è anche questo, loghi, marchi, blasoni, come nel “Padrino” nelle scene girate in Sicilia compariva la scritta “Cinzano”. Un enorme cartellone pubblicitario che ricopre il resto.

La sensazione di trovarsi in un film di Antonio Albanese c’è ed è forte e volendo forse questo è il paragone cinematografico più adatto (paragonarlo alla Dolce Vita è fin troppo facile) entrambi raccontano la stessa miseria, il grottesco italiano che prima era un picco statistico con alla base gente che pensava a costruirsi un futuro (fatto di lavoro e famiglia, banale forse ma la gente viveva bene questa banalità) , mentre oggi tutta la statistica fatta di grotteschi figuri che cercano di far emergere la loro non-esistenza e mediocrità come fossero pregi.

In mezzo a questi nuovi mostri si inizia ad avere simpatia (e pietà) per Gambardella malato terminale di divertimento, perché alla fine sembra quello più normale o meglio quello che veste la sua anormalità con tutta la normalità possibile, solo che a 65 anni il vestito inizia a essere logoro.

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Molti parlano di felliniano, il problema è l’errore temporale, se ai tempi della Dolce Vita, la festa era in corso, ora la festa è solo l’ombra di quello che era e invece di giovani divi ci sono fantasmi che ballano ingannando la morte, portando nella realtà quello che Poe raccontava. Persino il simbolo della speranza, ovvero i bambini sembrano all’inizio la redenzione, quella possibilità di salvezza anche per chi ormai non ha più nulla da salvare, ma poi anche loro vengono corrotti e sommersi dal fango. Non c’è scampo per nessuno.

E nel mentre Jep attraversando tutto questo sta sperimentando qualcosa di simile a l’amore , accompagna Ramona (anche lei cerca di ingannare il tempo nonostante l’età) a vedere la grande bellezza quella vera, quella eterna, quella ormai nascosta che sta sparendo. Ma è solo un attimo, come sempre la felicità è solo un momento in mezzo a tutto il resto, e l’inquadratura della Costa Concordia arenata, ennesimo fallimento italiano,chiude un ciclo.

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Questo film è memorabile perché racconta la decadenza di un uomo che rispecchia la società, una storia vista e raccontata tante volte ma attualizzata sulla nostra realtà. Quell’uomo è quella società, quella società siamo noi, quindi la decadenza di quell’uomo è la nostra decadenza, il buono di questo film è proprio questo, raccontarci per come siamo e senza il falso pudore di dire “ma quelle feste e quella vita io non l’ho mai fatta” , perché è solo il caso non ci ha permesso di farla, non certo una scelta personale. Cosi come viene raccontato durante una serata tra amici quando ognuno tira fuori il risultato delle proprie azioni nel corso di una vita.

Parlando da un punto di vista tecnico, Sorrentino ha forse toccato il suo apice, merito anche di Roma ma sopratutto di Servillo che novello “gagà” con la parlata alla Totò di “Signori si nasce” riesce a conquistare con quella sua maschera cosi spiazzante, sardonica e snob che non permette repliche. La Ferilli  come la protagonista sfida il tempo (con grande successo) interpreta se stessa, una donna matura, del popolo che sa di piacere e che prova a ingannare il tempo. Verdone intristito che parla male della sua “Roma” e che decide di tirarsene fuori (ma sotto sotto guardando i suoi film non sembra veramente che se ne stia tirando fuori o quanto meno ci provi?), e poi i tanti piccoli ruoli di contorno, da una Serena Grandi ormai disfatta a una solitaria Isabella Ferrari, dal macchiettistico Buccirosso a un misterioso Giorgio Pasotti. Persino l’apparizione di Venditti fa sentire cosa è (o era) Roma.

Conclusione : mi è piaciuto questo film?

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Risposta: si, nella sua imperfezione è perfetto e persino un pessimista cronico come me, vuole credere che sono meglio 40 grammi di radici al giorno che un trenino ben fatto durante una festa. Noi viviamo in un enorme museo, mal tenuto, pericolante, dove i custodi sono scappati portandosi dietro qualcosa, oppure dormono tra bicchierini di caffè vuoti e cicche di sigarette spente. Cartaccia in giro e qualche radio che trasmette i classici estivi degli anni 60.

Questo è il nostro paese, questo siamo noi.

“E’ solo un trucco”

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