Mario Bava: Il rosso segno della follia (1969)

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Ossessionato dalla morte violenta della madre misteriosamente uccisa quando egli era ancora un bambino, John Arrington, giovane proprietario di una casa di mode, cade frequentemente preda di improvvisi “raptus” omicidi. I suoi delitti, di cui sono vittime alcune indossatrici della sua casa di mode e la stessa sua moglie, avvengono senza che la polizia riesca a raccogliere prove sufficienti ad incriminarlo. Innamoratosi di una modella, Hélen, John cerca di evitare di incontrarsi con lei nel timore di non essere in grado di resistere a un eventuale “raptus” omicida.

  • GENERE: Horror
  • ANNO: 1969
  • REGIA: Mario Bava
  • SCENEGGIATURA: Santiago Moncada, Mario Musy,Mario Bava
  • ATTORI: Stephen Forsyth, Dagmar Lassander, Laura Betti, Jesús Puente, Femi Benussi, Antonia Mas,Luciano Pigozzi, Gérard Tichy, Verónica Llimera,Pasquale Fortunato, José Ignacio Abadal, Bruno Boschetti, Elina De Witt

Prima ancora di parlare del film voglio parlare delle scelte cromatiche di Bava,avevo precedentemente parlato delle scelte cromatiche di Bava, quasi una firma del regista in tutte le sue produzioni, finora questo film è forse quello in cui viene maggiormente rappresentata questa particolare policromia (sopratutto il blu e il rosso) , sin dai titoli di testa fino ai momenti più cruenti del film, Bava ricorre spesso a questi cambi di colore (oltre a movimenti della macchina da presa a dir poco sincopati). Ma un occhio attento e con buona memoria ricorderà che spesso i colori blu e rosso (e verde in alcuni casi) venivano spesso usati per raccontare un certo tipo di horror, per esempio:

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Questa non è una casualità, ma piuttosto una scelta stilistica che di fatto è caratteristica dei vecchi fumetti horror ma anche delle produzioni cinematografiche successive a essi ispirati, voi direte e allora?

E allora ancora una volta dimostra quanto Bava fosse unico nel suo genere, il vero maestro dell’horror italiano e tutt’ora irraggiungibile per idee e capacità.

Torniamo al film, in questo caso Bava gioca con lo spettatore, niente misteri si sa tutto subito ma non si sa il perché, almeno non fino agli ultimi istanti. Ma il gioco si basa sopratutto sul la doppia strada che prende il film, se da una parte parliamo di giallo, dall’altra l’elemento soprannaturale porta tutto su un altro piano.

Ma anche qui Bava confonde lo spettatore, ovvero esiste realmente il fantasma o è la mente malata del protagonista che vede cose irreali?

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Altra nota interessante sono i dialoghi, scarni ed essenziali, il film si racconta per immagini (che dire del sapiente uso delle inquadrature di riflesso sugli oggetti?) e con una bellissima musica (Romitelli) che ricorda i valzer di Morricone e infine Bava ritorna sull’aspetto tra il vero e il finto, tra la realtà che si mescola con la finzione e qui abbiamo due belli esempio, il ballo in mezzo ai manichini (già pensato in “Sei donne per l’assassino“) e il film che il protagonista vede in tv (I tre volti della paura), il cinema nel cinema. Insomma se dal punto di vista della trama non abbiamo un qualcosa di innovativo, dal punto di vista del cinema e sopratutto del metacinema abbiamo un capolavoro (termine che con Bava mi capita spesso di usare).

Concludo questa recensione con un piccolo omaggio proprio alla colonna sonora, di solito metto il trailer ma in questo caso, largo alla musica e vedetelo se vi volete bene.

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