La mafia uccide solo d’estate (2013)

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Il film narra l’educazione sentimentale e civile di un bambino, Arturo, che nasce a Palermo lo stesso giorno in cui Vito Ciancimino, mafioso di rango, è stato eletto sindaco. E’ una storia d’amore che racconta i tentativi di Arturo di conquistare il cuore della sua amata Flora, una compagna di banco di cui si è invaghito alle elementari che vede come una principessa. Attraverso questa tenera ma divertente storia d’amore, il pubblico verrà coinvolto emotivamente negli eventi più tragici della nostra storia recente. Arturo infatti è un ragazzo come tanti altri dell’Italia degli anni ’70 ma, a differenza dei suoi coetanei del nord, è costretto a fare i conti con le infiltrazioni e le azioni criminose della mafia nella sua città. La consapevolezza di Arturo cresce anno dopo anno, ma nessuno lo ascolta. Palermo ha altro a cui pensare.

  • REGIA: Pif
  • SCENEGGIATURA: Michele Astori, Pif, Marco Martani
  • ATTORI: Pif, Cristiana Capotondi, Ninni Bruschetta,Claudio Gioè

Quando mi sono trovato a vedere questo film avevo diverse perplessità, prima fra tutte quella che riguarda Pif, anzi Pierfrancesco Diliberto, perché francamente a me la sua carriera artistica non è mai interessata o piaciuta, ma devo ammettere che ho apprezzato la sua carriera sociale. A questo dilemma si aggiungeva la presenza della Capotondi che di solito lavora in film che poco gradisco. Ma a fare da contrappeso a tutto ciò c’era la tematica , una tematica quanto mai scontata ma non banale, raccontata innumerevoli volte e sotto tanti punti di vista. Però questa volta c’era qualcosa in più, partendo dalla storia principale d’amore tra due ragazzini, si narrava ingenuamente la storia della mafia palermitana e cosa ben più grave dell’indifferenza dei palermitani che subivano (accettavano?) una spirale di orrori e violenza senza battere ciglio, continuando a pensare (ignorare) che c’era un problema, fin quando si arrivò alla morte di Borsellino (e nel film è drammaticamente rappresentata la scena del risveglio, quando l’anziana madre del conduttore televisivo rimane impietrita a guardare il balcone).

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E allora cosa scatena questo film dentro gli spettatori?

Credo che per chi non sia siciliano, porti a riflettere anche amaramente su quello che è la Sicilia e di riflesso l’Italia; ma sui siciliani (alcuni perlomeno) la cosa è ben diversa oltre alla riflessione, scatena una profonda e gelida rabbia su come sia stato possibile che per anni le cose andassero cosi (io credo che non ci sia scena più tragica e accecante della morte di Boris Giuliano), grazie a l’assoluto silenzio dello Stato (che mandava dei martiri a morire) e dei cittadini che preferivano (e preferiscono) girarsi dall’altra parte. Tutt’ora mi chiedo come sia possibile che quei mostri responsabili di quelle stragi siano comodamente serviti a spese dello Stato (nostre) nei vari carceri d’Italia. E ulteriormente mi chiedo come sia possibile che il reato di mafia (fosse anche sospetta collusione) non sia equiparato a quello di crimini di guerra e come tale punito con pena capitale (e si in questo caso si…).

Ma questo esula i discorsi in ambito cinematografico e porta lontani, ma spiega anche il pregio del film, quello di smuovere qualcosa di profondo che è una forma di rabbia nazionalista (sana), assetata di giustizia e che viene dolcemente sfogata alla fine del film, dato che tutti i genitori dovrebbero ricordare questa frase:

Quando sono diventato padre ho capito due cose: la prima che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo; la seconda che avrei dovuto insegnargli a distinguerla.

E questo è il senso di tutto il film, bisogna conoscere, bisogna ricordare e non bisogna perdonare chi vive del dolore degli altri, buona visione.

 

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