Il braccio violento della legge (The French Connection – 1971)

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Jimmy Doyle, poliziotto della squadra narcotici di New York, è solito lavorare in coppia con il collega Lo Russo. A causa dei suoi metodi assai brutali e dopo il fallimento in una difficile impresa, è malvisto dal superiore Muldering. Ciò nonostante, basandosi unicamente su vaghe sensazioni, Doyle riesce a mettersi in movimento quando è convinto che una grossa partita di eroina sia in arrivo clandestinamente. In effetti, da Marsiglia il commerciante Alain Charnier è riuscito – servendosi dell’automobile dell’attore tv Henry Deveraux – a far giungere la droga a New York. L’attore è accompagnato dal killer Angies. Due trafficanti locali (Weinstock e Boca), ai quali l’attore deve vendere la droga, vengono presi di mira da Doyle e da Lo Russo per via del loro rapporto con Deveraux. Ma sia il francese che gli americani s’avvedono del pedinamento ed eludono la vigilanza. Perciò a Doyle viene tolto il caso. Ma questi prosegue egualmente.

  • REGIA: William Friedkin
  • SCENEGGIATURA: Ernest Tidyman
  • ATTORI: Gene Hackman, Fernando Rey, Roy Scheider,Tony Lo Bianco, Marcel Bozzuffi, Frédéric De Pasquale,Bill Hickman, Harold Gary, Ann Rebbot, Eddie Egan,Sony Grosso

Da qualche giorno nei cinema è in programmazione il film francese “French Connection” , non si tratta di remake ma di una storia a sé, ambientata nella Marsiglia degli anni 70, ma il titolo mi ha riportato alla mente The French Connection ovvero Il braccio violento della legge, memorabile film dei primi anni 70 , vincitore di ben cinque premi oscar e tutt’ora considerato come pietra di paragone nel nuovo genere poliziesco. Nuovo genere inteso come modernità dei personaggi, non ci sono più eroi buoni e cattivi biechi, ma i due confini diventano labili e talvolta spariscono e questo film ha rappresentato al meglio questa novità di ruoli. I due poliziotti (i loro nomignoli erano “papà” e “tristezza”) sono quasi dei disadattati, vivono per il lavoro, bevono e hanno strane passioni (gli stivali…) , ciononostante sanno far bene il loro mestiere tanto da riuscire a intercettare un enorme traffico di droga tra la Francia e l’America.

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La regia affidata al bravissimo Friedkin (che due anni dopo dirigerà il capolavoro “L’esorcista”) regala allo spettatore una visione gelida e grigia della vita, sia intesa come panorami (il blu è predominante) sia nella quotidianità (Doyle che gela al freddo mangiando la pizza mentre Charnier è al ristorante circondato da comodità), sembra come se non esistesse alcuna fonte di calore (sia effettivo sia inteso come luce) e quindi tutto tende al finire.

E’ una bella prospettiva che viene sapientemente utilizzata durante tutto il film, indimenticabile il “balletto” nella metropolitana tra Hackman e Rey qualcosa di irripetibili, cosi come il lunghissimo inseguimento finale, che sarà fonte di innumerevoli ispirazioni (finale dei Blues Brothers tanto per citarne uno…) e ancora la sparatoria finale che quasi tronca il film, lasciando lo spettatore raggelato. Appunto un film da oscar , ben cinque anche se Roy Scheider ne avrebbe sicuramente meritato uno, grandissimo Gene Hackman in piena forma è duro come la pietra, e serafico e luciferino Fernando Rey, da riscoprire come classico del cinema.

Altra nota nello stesso anno usci il primo film dell’ispettore Callaghan , erano decisamente altri tempi, buona visione.

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