La carovana dell’alleluia (The Hallelujah Trail – 1965)

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Denver, una cittadina del West, deve essere rifornita di alcool. Una carovana di 40 carri colmi di whisky e champagne parte scortata dalla cavalleria per giungere a destinazione. Ma il whisky finirà nelle sabbie mobili e gli indiani brinderanno a champagne.

  • REGIA: John Sturges
  • ATTORI: Jim Hutton, Brian Keith, Burt Lancaster, Martin Landau, Donald Pleasence,Lee Remick, Tom Stern, John Anderson,Pamela Tiffin, John Sturges, Robert J. Wilke

Il western ha sempre avuto come base la mitologia, da quella base ricavava le figure eroiche, le grandi storie, i viaggi e gli scontri sia tra pistoleri (cavalieri…) o contro la natura avversa. Ma seguendo i vari periodi storici ha subito influenze di vario genere, verso la fine degli anni 60 iniziarono a unirsi idee di western e commedie (persino Wayne con McLintock) che cercavano di riportare il filone in auge (ancora l’evoluzione di Leone e Peckinpah non aveva attecchito a dovere) e questo film ne è un esempio.

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Il film inizia con grandissimi paesaggi e musiche epiche dando subito l’impressione nei primi dieci minuti di trovarsi di fronte un grandissimo western, poi man mano che entriamo nella storia si capisce che i toni della commedia (anche ben fatta) tendono a prendere il sopravvento. Il tutto alla fine si riduce a una commedia di equivoci e macchiette basata su una carovana che porta alcolici e che tutti, anche se in modo diverso, vogliono, quindi tra indiani ubriachi , irlandesi rivoluzionari, femministe e militari poco ferrei il film si tira avanti per ben due ore e venti.

Decisamente troppo , eppure i numeri per diventare un film western alternativo c’erano, però la durata, la storia volutamente troppo articolata e diluita rendono il tutto stancante e si arriva alla fine affaticati.

Peccato davvero, sia per gli ottimi attori, Burt Lancaster su tutti ma anche un originalissimo Donald Pleasence , ma soprattutto alla regia il mitico John Sturges che reduce dal successo della “Grande fuga” ritorna sul genere western che tanto amava.

Il consiglio è vedetelo se siete in forte astinenza da western come me,  ma ci vuole tanta ma tanta pazienza anche se la prima mezz’ora vi esalterà.

Il meraviglioso paese (The Wonderful Country)

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Martin è un pistolero al servizio del torvo governatore del Messico che intende servirsi di lui per importare clandestinamente delle armi dagli Stati Uniti. Per seguire l’ordine Martin si reca a Puerto, un villaggio di confine, dove ha un incidente che lo mette temporaneamente fuori gioco.

  • REGIA: Robert Parrish
  • ATTORI: Gary Merrill, Pedro Armendáriz,Julie London, Robert Mitchum

Rieccomi a parlare di western, un western minore se volete ma il termine minore mi piace poco quando un film mi diverte.

Se parliamo di minore allora tutto si può ricondurre ai soldi che ha incassato e quindi alla fama che lo circonda, ma allora quante schifezze che hanno fatto cassa dovremmo definire maggiori?

E allora parliamo di western meno conosciuto, un Mitchum che ricorda in qualche modo il Dean Martin di “Un dollaro d’onore” ma più in forma e con meno problemi di alcool.

La trama a suo modo è intrigante, non è il solito cavalca, bevi e spara, anzi c’è una bella sceneggiatura dove Mitchum si ritrova diviso tra il suo essere americano e il suo diventare messicano, tra il volersi costruire una vita seria e da persona onesta oppure continuare a fare il tirapiedi per un governo messicano violento e corrotto.

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In tutto questo nasce anche un amore che sa più di promessa per quel lato onesto che in qualche modo sta rinascendo in lui, ma non crediate che sia una demonizzazione del Messico, perché gli stessi Stati Uniti hanno qualche soggetto sinistro che lascia intendere che il denaro riuscirà a comprare tutto, pur di far passare la ferrovia.

Il punto che un film del genere oggi, ha un suo senso, oggi che si riparla di tirar su muri, con Mitchum che passa a cavallo e infine a piedi il confine tra due nazioni (addirittura sul finire sembra quasi un battesimo purificatore), ritrovando se stesso senza dimenticare chi era ma sopratutto avendo la libertà di andare a rifarsi una vita.

Da rivalutare.